Premessa dell'autrice a
"Un bambino di nome Alzheimer"
Questo
libro non vuole essere altro che la cronaca, a grandi linee, di una vicenda
umana; un malato precoce di Alzheimer ed il suo particolare rapporto con la
vita.
Non ho
potuto evitare di coinvolgere l’intera famiglia; infatti, per l’impossibilità
di autosufficienza di questi malati, se si parla di loro, diviene necessario
nominare anche chi vive con loro.
Ho
esitato molto prima di scrivere qualcosa sulla nostra esperienza, per svariati
motivi, forse facilmente intuibili; non ultimo il pudore delle proprie
sofferenze. Poi, continuando ad imbattermi in situazioni a dir poco drammatiche
di malati sopportati, emarginati, abbandonati nel "lager" delle
loro
segrete sofferenze, ho sentito il dovere di dire qualcosa. Il mio dire,
comunque, non è soltanto per i malati di Alzheimer, ma per tutti coloro che
soffrono, in diverso modo, a qualsiasi età.
In
primo luogo, vorrei dedicare questo mio scritto a quelle famiglie che si trovano
in condizioni analoghe e che spesso si perdono nelle difficoltà. Ad esse
esprimo tutta la mia solidarietà e spero di dare loro coraggio, affermando che,
sebbene le ricerche sulla malattia siano ancora nel vago, nonostante il massimo
impegno scientifico mondiale, c’è una via da seguire per migliorare
profondamente la qualità di vita del malato: la possibilità di percepire le
sue esigenze fisiche ed esistenziali e sostenerlo affettivamente. E’
importante, dunque, non perdere mai la cognizione che egli, oltre al suo
involucro caduco, è principalmente un essere, meraviglioso come ciascuno di
noi. E tutti facciamo parte di un Tutto.
Vorrei
dedicare questa cronaca anche a quei ricercatori costanti, spesso eroici, che
sanno fare tesoro perfino di una testimonianza umana.
E
ancora, in questa società sempre più affollata di gente frettolosa (suo
malgrado), indifferente, che rifiuta il dolore, che non ha tempo per chi soffre,
in questa società dove solo chi è giovane, aitante, è vincente, desidero
rivolgermi a quei ragazzi, a quei giovani che non sono a conoscenza di tanta
sofferenza, affinché possano acquisire o approfondire i valori etici che
rischiano di perdersi, per l’incapacità o soltanto per l’ignoranza di una
profonda analisi interiore.
Ho la
ferma convinzione che non tarderanno ad avvenire radicali cambiamenti e non solo
in conseguenza delle assidue ricerche scientifiche. Non a caso mi rivolgo,
appunto, con affetto e fiducia, ai ragazzi, ai giovani, che nelle loro mani
detengono il futuro.
Infine,
vorrei contribuire a contrastare il concetto, insito da sempre, di vecchiaia
come mostro terrificante da eludere, obliare, tanto da preferirle la morte,
piuttosto; raccapricciante giudizio che toglie la dignità umana alla persona
che invecchia, fino alla sua completa emarginazione. Molto giusto ciò che dice
il Prof. Salvatore Giaquinto, primario neurologo dell’Istituto S.G. Battista
di Roma, nel secondo capitolo "Mito e Letteratura" del suo prezioso
libro "Il cervello umano". Anch’egli contrasta il suddetto concetto
e, riportando esempi letterari di varie epoche, dalle più lontane, denuncia
tale atteggiamento culturale nei secoli, pur sottolineando l’eccezione di
quelle culture che danno una finalità trascendente alla vecchiaia: l’età che
precede una vita eterna, l’allontanamento da esigenze materiali, il
raggiungimento di straordinaria saggezza, l’età di nobile vigore
intellettivo, talvolta anche fisico.
Eppure
è facile rilevare che persino certe culture non accettano soggetti che
invecchiano con disfunzioni cerebrali. Se ne deduce che la vecchiaia può essere
bene accolta, talvolta anche esaltata, ma non sono accettati individui con
minorazioni cerebrali. In tal caso l’uomo non è più considerato tale; è
finito, morto, o paragonato ad un vegetale. Non esiste.
Paola Ferrarese Pieroni